Da un terrazzo affacciato su piazza San Carlo, il salotto buono di Torino, è ricomparso in questi giorni lo striscione con la scritta “Viva Mattarella”. Lo espone, come già altre volte, un’anziana condomina ottantatreenne, che dal suo attico ha nel tempo issato drappi simili dedicati al Papa, alla Costituzione e ora di nuovo al Capo dello Stato. È la terza comparsa in poco più di un anno: dopo febbraio e novembre 2025, il gesto torna puntuale ogni volta che la cronaca politica sfiora il Quirinale.
Il collegamento con l’attualità, questa volta, è tutt’altro che sottile. Il caso è quello del gioielliere di Grinzane Cavour, condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per aver inseguito e ucciso due rapinatori dopo l’assalto alla sua attività. Attorno alla sua vicenda si è mobilitata negli ultimi giorni mezza politica nazionale: il Guardasigilli ha avviato un’istruttoria sulla grazia, ricevendo dal Quirinale un richiamo formale sui “limiti delle attribuzioni del Ministro in tema di concessione della grazia”, prerogativa che la Costituzione riserva in esclusiva al Presidente della Repubblica, come ribadito dalla Consulta con la sentenza 200 del 2006. Il leader della Lega ha visitato per due giorni consecutivi il detenuto nel carcere di Bollate, mentre la moglie del condannato ha rivolto un appello pubblico al Colle chiedendo un gesto di clemenza. Una petizione ha superato le 120mila firme; il presidente della Regione Piemonte ha espresso sostegno alla richiesta di grazia, incassando a sua volta una contro-petizione promossa da un ex difensore civico regionale, che parla di “propaganda politica” su una materia di stretta competenza presidenziale.
Su questo sfondo, lo striscione di piazza San Carlo è diventato in poche ore materiale per decine di articoli, rilanci, foto e persino un video: il gesto della signora del centro storico, il suo attico, i suoi precedenti drappi, tutto raccontato con la cura affettuosa che si riserva alle tradizioni cittadine. Legittimo, per carità: un cittadino che issa uno striscione dal proprio balcone esercita un diritto, e la sua fedeltà alle istituzioni non si discute.
Quello che colpisce è il contrasto con ciò che accade a pochi chilometri di distanza, a Barriera di Milano. Anche lì, il 8 luglio, comitati di residenti e commercianti sono scesi in strada dietro a un proprio striscione, “Insieme per Barriera”, per protestare contro degrado, spaccio e insicurezza: un corteo autorizzato, bloccato sul nascere da un presidio di collettivi antagonisti, disperso solo grazie all’idrante della polizia in assetto antisommossa. Una settimana dopo, il 15 luglio, un maxi-blitz delle forze dell’ordine nel medesimo quartiere ha portato a 11 arresti, oltre 200 identificazioni e 40 provvedimenti di allontanamento, con sequestri di crack, cocaina, ketamine, eroina, hashish, MDMA, anfetamine e ventunomila pastiglie di Rivotril. Notizie vere, verificate, con tanto di comunicato della Questura. Ma raccontate, quando lo sono, con il tono asettico della cronaca giudiziaria: numeri, sostanze, orari. Nessun ritratto della signora che ha promosso il corteo, nessuna foto del suo salotto di casa, nessuno stupore commosso.
Sono due strisce di stoffa appese a poca distanza l’una dall’altra, nella stessa città, nella stessa estate. Una diventa un piccolo classico del giornalismo civile, l’altra fatica persino a diventare notizia autonoma, finendo risucchiata dentro il resoconto degli arresti o degli scontri con gli antagonisti. Non è un caso che riguarda i fatti, che restano quelli: è una questione di quale periferia meriti, agli occhi di certa stampa da ombrellone, la tenerezza riservata al salotto buono, e quale invece debba accontentarsi di un trafiletto tra un sequestro di droga e l’altro.