L’ipocrisia su Mbappé, quelle bugie buone che alimentano il razzismo che vorrebbero evitare

Nel dibattito pubblico contemporaneo si è fatta strada una tendenza singolare: l’idea che per difendere l’uguaglianza umana sia necessario decretare l’assoluta inesistenza delle differenze. Quando un esponente politico evoca la genealogia di un atleta o quando la biografia visibile di un individuo contrasta con la sua carta d’identità, la reazione immediata del sistema informativo è l’indignazione automatica. Si grida al razzismo non per smentire un’ingiustizia civile, ma per censurare un’evidenza somatica e storica. Questo approccio, nato con l’intenzione di sbarrare la strada alle derive discriminatorie del passato, sta invece producendo l’effetto opposto, trasformandosi in un pericoloso boomerang culturale. Ancora di peggio si era fatto all’ultima Olimpiade dove secondo questa ipocrisia non si faceva più distinzione tra un atleta uomo e una atleta donna; non equanimità del diritto ma cancellazione tout court delle differenze. Una sorta di socialismo razziale, falso oltremodo.

L’illusione della tabula rasa e l’inganno intellettuale

Il fulcro del problema risiede nel tentativo di confondere un principio giuridico con una realtà biologica. Sostenere che gli esseri umani siano tutti uguali dal punto di vista dei diritti è una conquista morale e politica fondamentale, un patto sociale irrinunciabile che garantisce la dignità di ogni individuo indipendentemente dalla sua origine. Sostenere, al contrario, che gli esseri umani siano biologicamente o geneticamente identici è una bugia che chiunque può smentire con il semplice utilizzo della vista e del buon senso, anche il razzista o il nazista di turno, ed è qui il vero pericolo, perché le bugie hanno le gambe corte e negate l’evidenza anche se a fin di bene è un errore madornale.

Il rifiuto ideologico di riconoscere la diversità dei tratti somatici, delle origini geografiche e delle ramificazioni storiche dei popoli crea una profonda frattura tra il racconto istituzionale e l’esperienza quotidiana delle persone. Quando la politica o l’informazione impongono una narrazione che nega l’ovvio, il cittadino avverte una forzatura intellettuale. La percezione di questa ipocrisia genera frustrazione e diffidenza, spingendo molti a rigettare l’intero pacchetto valoriale dell’integrazione, percepito ormai come una finzione retorica da difendere a tutti i costi. Sarebbe come sostenere che ogni auto ti porta dal punto A al punto B quindi una utilitaria è una limousine sono identiche; È falso!

I diritti non hanno bisogno di finzioni biologiche

La vera onestà intellettuale consiste nel separare nettamente il piano della natura da quello della legge. La diversità genomica e fenotipica esiste ed è il risultato di millenni di adattamenti climatici, selezioni naturali, isolamenti geografici e incroci storici. I popoli si distinguono per fisionomia, storia, cultura e tradizioni. Riconoscere che un atleta possieda una storia biologica radicata in un continente diverso da quello in cui risiede non significa sminuire il suo valore o la sua cittadinanza, ma semplicemente leggere la realtà per quella che è, senza filtri ideologici.

Il valore dell’uguaglianza non si fonda sulla standardizzazione biologica della specie umana, ma sulla scelta etica e civile di garantire gli stessi identici diritti a persone che sono profondamente e visibilmente diverse tra loro.

Cercare di proteggere la società dal razzismo cancellando le differenze o imponendo tabù linguistici è una strategia fallimentare. Se per evitare il ritorno di vecchi spettri ideologici si sceglie la via della menzogna o dell’annacquamento della realtà, il conto con la storia torna sempre indietro con gli interessi. Solo un’accettazione franca, trasparente e priva di sensi di colpa della nostra diversità può disarmare chi vorrebbe usarla come pretesto per discriminare.

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