Guardando le ultime inchieste giornalistiche e giudiziarie che riempiono le pagine di cronaca sui flussi di denaro sospetti legati a spot e cifre da capogiro per pochissimi minuti di trasmissione, sorge spontanea una riflessione su un altro enorme far west mediatico che sembra godere di una totale immunità. C’è un mondo in cui il denaro circola a fiumi, i messaggi promozionali arrivano dritti a milioni di giovanissimi e le regole stringenti sul divieto di pubblicità sembrano non esistere. Stiamo parlando della musica italiana contemporanea, dove i testi, i videoclip e i profili social degli artisti più in voga si sono trasformati in una gigantesca vetrina per il fumo, riportando le lancette dell’orologio indietro agli anni Sessanta e Settanta.
Thank you for reading this post, don't forget to subscribe!Se un tempo la sigaretta era stata progressivamente bandita dagli schermi cinematografici e televisivi grazie a una forte presa di coscienza sanitaria e a leggi severe, oggi assistiamo a un revival impressionante. Nel pop, nell’indie e soprattutto nella trap e nel rap nostrano, il riferimento al fumo è diventato una costante assoluta, un vero e proprio intercalare lirico presente in circa una traccia su tre tra quelle in cima alle classifiche di ascolto. Le canzoni non sono più interamente dedicate al tabacco come un tempo, ma la sigaretta viene inserita strategicamente come un frame narrativo standard.
Prendiamo due delle artiste più ascoltate e amate d’Italia, Annalisa e Madame. Nei testi di Annalisa la sigaretta diventa la metafora perfetta della solitudine e della malinconia, come quando in Ragazza Sola canta esplicitamente di come le sigarette abbiano scaldato il suo viso nei momenti di pianto, inserendo poi queste immagini in videoclip dall’estetica patinata e cinematografica. Madame compie un’operazione ancora più esplicita, trasformando la sigaretta in un oggetto di scena letterario fin dai suoi primi successi. In Baby il fumo scandisce la fine e il risentimento di una storia d’amore, lasciando tracce di rossetto sul filtrino per terra come un messaggio silenzioso all’ex partner.
Questo uso massiccio non si limita alle parole. Nei video musicali di pesi massimi dell’urban come Lazza, Sfera Ebbasta o Geolier, l’inquadratura indugia continuamente su sigarette tradizionali, sigari e, soprattutto, sui nuovi dispositivi elettronici usa e getta o a tabacco riscaldato. Gli artisti tengono questi oggetti tra le dita o in bocca anche mentre non cantano, facendoli diventare un’estensione naturale del loro corpo e un elemento imprescindibile della loro estetica, legata al successo finanziario, alla vita da club o al realismo della strada. Anche l’indie di Calcutta o dei Coma_Cose sfrutta lo stesso espediente per trasmettere un’aria finto-trasandata e nostalgica.
Ma qui sorge il dubbio più grande, l’ipotesi che scuote l’intero sistema: e se questa gente fosse lautamente pagata? Pensare che si tratti solo di spontanea libertà artistica significa peccare di ingenuità. Le multinazionali del tabacco si scontrano da anni con il divieto assoluto di fare pubblicità ai loro prodotti in Europa. Trovandosi i canali tradizionali sbarrati, hanno trovato nei video musicali e nelle collaborazioni con i cantanti la perfetta zona grigia legale attraverso il cosiddetto lifestyle marketing. Non pagano l’artista per dire esplicitamente di comprare un marchio, ma finanziano le case di produzione dei videoclip, sponsorizzano eventi privati o ingaggiano i management per inserire i loro riscaldatori di tabacco dal design colorato e accattivante in un contesto di lusso, tendenza e divertimento. Il prodotto diventa così desiderabile agli occhi dei ragazzi, aggirando i messaggi shock sulla salute e camuffando il tutto como una scelta stilistica del regista.
Davanti a questo scenario, la domanda sorge spontanea: come mai non scattano le verifiche degli enti preposti? Perché andiamo avanti a singhiozzo, indagando sui flussi di denaro della politica e lasciando perdere questo far west? La risposta sta nella lentezza e nei limiti strutturali del sistema. Il Moige e le associazioni dei consumatori sollevano proteste, ma non hanno poteri sanzionatori. L’Antitrust interviene e applica sanzioni milionarie alle multinazionali del tabacco per pubblicità occulta, ma i suoi tempi burocratici sono incompatibili con la velocità della rete: un video musicale totalizza milioni di visualizzazioni nelle prime quarantotto ore, esaurendo il suo potenziale commerciale prima ancora che venga aperto un fascicolo d’indagine. Inoltre, dimostrare il legame economico diretto dietro a una “scelta artistica” in un video online è un incubo legale.
Le case discografiche, dal canto loro, non sono enti morali ma aziende che devono far quadrare i bilanci in un’epoca in cui la musica si ascolta quasi solo in streaming gratuito o a basso costo. I contratti di product placement e le sponsorizzazioni delle multinazionali sono linfa vitale per finanziare le produzioni ad alto budget. Di conseguenza, le major non hanno alcun interesse commerciale a fermare questi flussi di denaro.
Mentre la magistratura e la Guardia di Finanza si attivano rapidamente quando emergono ipotesi di reati finanziari chiari legati a contratti sospetti nella gestione di spot tradizionali, il passaggio di denaro tra società private per la promozione occulta nella musica rimane confinato nell’ambito delle violazioni amministrative. Si preferisce colpire il bersaglio grosso e mediatico dei personaggi istituzionali o dei politici di turno, lasciando che l’industria dell’intrattenimento continui a monetizzare l’immagine dei cantanti, trasformati in cartelloni pubblicitari viventi sulla pelle della consapevolezza e della salute dei più giovani.