La caduta di Orban segna qualcosa di più di una sconfitta elettorale ungherese. Chiude un’epoca. Con Magyar al governo di Budapest e Trump sempre più consumato dal peso delle sue stesse contraddizioni, il paesaggio della destra occidentale si sta svuotando di figure capaci di reggere il confronto con la realtà del governo.
Resta Meloni.
C’è un’ironia sottile in tutto questo. Giorgia Meloni è arrivata al potere come la candidata più impresentabile agli occhi dell’establishment europeo erede dichiarata di una tradizione post-fascista, alleata di Orban e Le Pen, guardata con sospetto da Bruxelles e dalle cancellerie occidentali. Eppure è sopravvissuta a tutti i suoi compagni di strada. Anzi, li ha sopravanzati.
Il meccanismo è lo stesso che rese grande e controverso Giulio Andreotti. Un politico che partiva da una posizione ideologica precisa, quella democristiana, ma che governava con un pragmatismo assoluto, quasi cinico. Parlava con tutti. Mediava tutto. Non si faceva imbarazzare da nessun alleato scomodo finché quell’alleato serviva, e sapeva mollarlo al momento giusto. Oggi Andreotti viene rimpianto non solo in Italia perché incarnava qualcosa di rarissimo: la capacità di tenere insieme interessi contraddittori senza far saltare il sistema.
Meloni sta percorrendo inconsapevolmente la stessa traiettoria. È partita con un’agenda ideologica forte sovranismo, identità nazionale, euroscetticismo e ha governato in modo molto più pragmatico di quanto la sua base si aspettasse. Ha mantenuto il sostegno all’Ucraina. Ha tenuto i rapporti con von der Leyen. Ha lasciato che Orban si logorasse da solo, senza seguirlo nell’abbraccio con Putin che avrebbe reso insostenibile la sua posizione europea. Trump era, come Orban, uno di quei parenti scomodi: la pensa come te, ma a tavola fa sempre una scenata. Utile da avere, imbarazzante da frequentare.
Il rischio, naturalmente, è l’altro lato della medaglia andreottiana. Più si governa, più si accumulano compromessi. Più si è pragmatici, più si erode la fiducia di chi ti ha votato per la purezza ideologica. Andreotti finì per essere il simbolo di un sistema e il sistema finì per travolgerlo, almeno nell’immagine pubblica. La domanda è se Meloni saprà gestire quella traiettoria meglio di lui, o se i compromessi torneranno a bussare anche per lei.
Per ora, però, il quadro è questo: Trump si consuma, Orban è caduto, Le Pen è impigliata nei tribunali. La destra occidentale ha bruciato i suoi campioni uno dopo l’altro. Meloni è rimasta in piedi.
Nella politica come nella storia, sopravvivere è già metà del lavoro.






